La piccola cineteca degli orrori di Davide Pulici e Manlio Gomarasca, una miniera di informazione sui film ’scultissimi’ e al tempo stesso bellissimi.
http://www.nocturno.it/recensioni/la-piccola-cineteca-degli-orrori

La piccola cineteca degli orrori di Davide Pulici e Manlio Gomarasca, una miniera di informazione sui film ’scultissimi’ e al tempo stesso bellissimi.
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8
Di Spike Jonze
Il piccolo Max, dopo un feroce litigio con la madre, si ritrova letteralmente in un altro mondo, popolato da strane e selvagge creature.
Non è un film per bambini ma un film sui bambini e in particolar modo su quell’età complicatissima e contraddittoria che è l’infanzia. Occhio a portarci i ragazzini: non lo capirebbero e ne uscirebbero scornati, anche più dei genitori. Tratto da una fiaba di Maurice Sendak che non vediamo l’ora di leggere, il film del geniale Spike Jonze (Essere John Malkovich, L’inventore di favole) è un capolavoro delicato sul difficile mondo dei ragazzini. Il punto di vista è tutto di Max, ennesimo figlio senza padre e affettivamente combattuto tra l’amore per la madre e la sorella che nella vita sembrano avere altri interessi. Scappa, il ragazzino, dopo l’ennesimo, violento litigio culminato con un morso alla madre e si ritrova in un altro mondo, popolato da creature brutte, pelose e goffissime alle quali si presenta come re e dalle quali, dopo i primi giustificati timori, si ritroverà accolto. E’ chiaro che dietro la psicologia delle creature selvagge si nascondo tanti tasselli dell’universo affettivo del ragazzino. C’è Carol, il mostro goffo che fa a pezzi la propria casa e quella degli altri per mancanza d’amore; c’è una coppia di mostri, con una lei particolarmente acida e diffidente; c’è un mostro femmina dolcissimo e materno che in uno dei momenti più commoventi del film addirittura arriverà a “partorire” il ragazzino. Strano e bizzarro, segnato dalle continue contraddizioni di quell’età di passaggio che è l’infanzia, Jonze descrive con un realismo unico l’universo anarchico e però desideroso di regole e di abbracci dei bambini: il gioco selvaggio, la furia distruttiva, i sensi di colpa, la gelosia bruciante, la vergogna nei confronti del proprio limite. Lo fa attraverso un stile visionario e per nulla sentimentale o bamboleggiante, ricordando un altro grande film sui bambini sempre più dimenticato, Il ragazzo selvaggio di François Truffaut con il cui protagonista Max condivide lo stesso bisogno di figure adulte che possano arginare e dare ordine a quella tempesta di sentimenti spesso discordi che è il cuore di un bambino. Antidisneyano (almeno fino all’arrivo della Pixar) nel senso che nulla è censurato o annacquato nel sentimento ma tutto è profondamente realistico: il ragazzino, facendo significativamente un percorso opposto a quello di Peter Pan, torna a casa. Il mostro caldo e goffo e incompreso che sono, l’istintività anarchica che sembra definirmi non basta. Serve una casa. E serve una mamma, che ti aspetta, magari ad occhi chiusi, esausta dopo una notte alla tua ricerca. Ma che è lì ad attenderti e che non puoi fare a meno di contemplare stupito e, finalmente, in pace, come suggerisce uno dei finali più commoventi degli ultimi anni.

di John Woo
7
Nel III secolo d.C si combatte la battaglia decisiva tra l’imperatore e i regni indipendenti del Sud.
Film solido e spettacolare girato con professionalità da John Woo, uno dei maestri del cinema d’azione (sono suoi, tra gli altri, lo splendido The Killer e Mission: Impossible 2). La storia affonda in un’epoca lontana: siamo nel III secolo d.C e presso il fiume Yangtze si consumerà una delle battaglie più cruenti di sempre. Woo, che ben conosce i gusti del pubblico occidentale, tiene desta l’attenzione di un pubblico digiuno di storia cinese attraverso una forte caratterizzazione dei personaggi principali e attraverso un uso spettacolare del mezzo cinematografico. Ralenti, effetti speciali grandiosi anche se non sempre efficacissimi, sono punti di forza del film, ma fortunatamente non gli unici. In questa Iliade cinese, infatti, non mancano tonalità epiche e melodrammatiche accostate ai temi cari al regista di Windtalkers, amicizia virile in primis. Così, l’effetto è davvero particolare: un grande kolossal celebrativo della potenza (anche cinematografica) della grande Cina diventa digeribile per un pubblico profano e occidentalizzato che riconosce nei vari personaggi e situazioni gli elementi tipici del racconto omerico. Mai retorico, La battaglia dei tre regni è invece un racconto di armi e di eroi innanzitutto uomini: appassionati di vita, teneri amanti e despoti crudeli, con il cuore traboccante di ambizione smisurata, in lotta contro un destino che pare già scritto a chiare lettere e consapevoli, con dolente realismo, che da una guerra, in fondo in fondo, nessuno esce davvero vincitore.

7
di Terry Gilliam
In un circo ambulante, poverissimo e scassato, è in atto la sfida tra il diavolo e Parnassus, l’uomo che con la propria immaginazione cambia il mondo.
Premessa, un po’ lunga, ma necessaria. Terry Gilliam non è il solito regista e Parnassus non è semplicemente l’ultimo film con protagonista lo sfortunato Heath Ledger. E’ qualcosa di più e di diverso dal resto. E’ un film difficile anche da classificare secondo le categorie solite dei generi cinematografici. E’ un film di Gilliam, l’estroso, immaginifico autore de L’esercito delle 12 scimmie, non proprio un fantathriller tradizionale; del geniale Brazil, non proprio un film fantascientifico; dell’irrisolto Le avventure del barone di Munchausen, non proprio un film di semplice avventuroso. Gilliam, animatore di quella incredibile e unica banda di comici filosofi che furono i Monty Phyton è un appassionato verace di cinema. Anzi, di più: come pochissimi tra i registi viventi e come pochi nel passato è un regista convinto che il cinema non sia un mezzo, ma un mondo. Una vera e propria altra dimensione dove tutto può avvenire e, soprattutto, dove tutto suona, paradossalmente, più vero della realtà. Parnassus o meglio, L’immaginario del dottor Parnassus come recita il titolo originale è proprio questo: è un’esperienza visiva, distorta e barocca secondo il gusto e lo stile eccentrici del regista, in cui si offre allo spettatore come davanti a uno specchio (vero e proprio elemento chiave di tutti i film di Gilliam) il meccanismo del cinema stesso. Chi è Parnassus ? E’ un uomo dotato di un’immaginazione sconvolgente capace di cambiare la vita delle persone e per questo insidiato dal demonio invidioso di un tal successo. Parnassus è un regista, è l’alter ego dello stesso Gilliam: a capo di una scalcagnatissima banda di comici, attore principale e muto di un circo vecchio, stracciato e sporco, cerca disperatamente di attrarre nuovi spettatori che invece, ahi loro, preferiscono altro. Ci vorranno tutte e le abilità menzognere di Tony (Heath Ledger) per riportare lo spettacolo all’antico splendore. Ricchissimo dal punto di visto, quasi opulento, Parnassus è, come la maggior parte dei film del regista de La leggenda del re pescatore, anche formalmente slabbrato, irrisolto, incontinente, verrebbe quasi da dire. Tanto grande è l’immaginazione e tanti complessi i mondi possibili da superare rovinosamente qualsiasi argine formale. E’ un film scalcagnato che, proprio come il baraccone ambulante in cui si gioca gran parte della vicenda, probabilmente catturerà pochissimi spettatori, convinti dai nomi sui cartelloni (Johnny Depp, Jude Law, Colin Farrell) di accostarsi a tutt’altro film. E’ l’ennesimo capolavoro mancato di Gilliam, regista sfortunatissimo, che dopo aver tentato di fare un film su Don Chisciotte, lasciato incompiuto (come diversi anni fa aveva provato senza riuscirci Orson Welles, altro autore immaginifico e disgraziatissimo) aveva provato con Parnassus a chiudere il cerchio. Costruire un film sul fascino del cinema artigianale (pochi effetti e tante idee) contro la tentazione diabolica del consumo per il consumo. Ci stava quasi riuscendo, quando gli è morto l’attore protagonista che in un’incredibile quanto inquietante coincidenza, nella pellicola, attraverso lo specchio magico e deformato, non fa certo una fine migliore.

6.5
di Roman Polanski
La Nona Porta non sarà ricordato senz’altro come un capolavoro, né tanto meno come uno dei migliori film del regista polacco; sarà ricordato anzi come il film di Polanski più irrisolto, più ambiguo, meno compiuto; eppure, nonostante tutto ciò, anzi, forse proprio per tutto ciò, La Nona porta ha un certo fascino risulta molto più inquietante degli ultimi film “diabolici” (vd L’avvocato del diavolo).
Innanzitutto, per una volta tanto, il film ha il merito di lasciare tutto in sospeso, di non “chiarire” mai la vicenda né illuminare mai apertamente la scena ed i personaggi (e in questo Polanski si avvale di un uso anticonvenzionale della fotografia e di scenari gotici) e nulla si conosce di questa inquietante storia demoniaca. Proprio come il protagonista (un ottimo Johnny Depp, Indiana Jones-filologo col passare del tempo sempre più dark e luciferino), lo spettatore non conosce il linguaggio di un mondo che gli è nuovo e che non promette nulla di buono, non conosce la vera identità delle figure di contorno a questa storia (dall’inquietante figura del professore-collezionista che sembra alla base di quella lunga catena di omicidi in cui Depp verrà coinvolto alla moglie del collezionista suicida, sempre sulle tracce del nostro “eroe”). Tutto questo contribuisce a creare un’atmosfera di sospetto e di colpa che aumenta la suspence del racconto, peraltro troppo lungo, e che serve a far muovere il vero antagonista di Depp, simbolo reale di questa Identità ambigua che sottosta a tutto il film.Una sorta di diavolo angelicato ( interpretato dalla Grazia della Seigner), una Bellezza Incarnata che aiuta (gratuitamente??) Depp e lo conduce, dantescamente, alle soglie dell’Ignoto, alla ricerca di un’identità che l’archeologo dei libri, forse, non aveva mai conosciuto.
E’ in questo, direi, ciò a cui Polanski punta e in cui più riesce: la rappresentazione dell’ipotesi di un mondo realmente diverso e parallelo dove Grazia e Bellezza contribuiscono ad una Redenzione al contrario, cioè ad uan Dannazione, vera essenza del Demonio.

6.5
di Judd Apatow
Un comico di grande successo ma senza amici scopre con terrore di avere i giorni contati.
Non è la prima volta che la comicità va a braccetto con la morte. Senza scomodare i capolavori del grande Chaplin, Man on the Moon di Milos Forman aveva raccontato, con un realismo e un gusto del grottesco davvero brucianti, proprio questo: come la risata, o meglio la maschera della comicità, possa convivere con la realtà drammatica della malattia e della morte. Judd Apatow, autore del positivo Molto incinta e di una serie di film segnati da una comicità spesso greve e volutamente scorretta, prova a dirigere un film in questa direzione. Film insolito, sia per la durata (quasi due ore e mezza), eccessiva comunque per un film “leggero”, sia per il contenuto a tratti autobiografico. La vicenda è molto semplice: un comico alla prese con una gavetta durissima, Ira (Seth Rogen, già protagonista proprio di Molto incinta), sorta di alter ego proprio del regista, diventa assistente-confidente personale di un comico di grande successo che ha appena scoperto di aver una grave forma di leucemia che non lascia scampo. Seguono vicissitudini lavorative e affettive. Tanti difetti, forse troppi: la lunghezza spropositata in primis, una volgarità esagerata e spesso non necessaria, un doppiaggio che penalizza le molte divertenti battute. Eppure, nonostante gli evidenti limiti, non si può non riconoscere ad Apatow e alla sua combriccola di attori (oltre a Rogen, anche Adam Sandler e molti caratteristi già presenti proprio in Molto incinta) una sincerità di fondo. In particolare il rapporto tra i due protagonisti è molto ben raccontato e approfondito e, dietro allo schermo della volgarità e della battutaccia, evidenzia una reale necessità: la vicinanza di una persona amica, in un mondo spesso tanto ricco di conoscenze e rapporti superficiale quanto denso di solitudine da un punto di vista esistenziale. Il modo non banale, anzi decisamente controcorrente, con cui si risolve la questione affettiva e con cui viene restituita l’immagine di una famiglia che come già in Molto incinta, appare sì problematica (“Nessuno è felice nel matrimonio”, confessa a un certo punto uno dei co-protagonisti, Eric Bana), ma anche ultimamente positiva. E non è certo un caso che la famiglia sia impersonata, come già proprio nel film precedente di Apatow, dai suoi veri famigliari: la moglie, Leslie Mann, e le figlie, su cui lo sguardo della macchina da presa è questa volta, senza infingimenti, carico di dolcezza. Il modo, anche questo tutt’altro che stupido, con cui si racconta il dietro le quinte dello show business e in generale il lavoro oscuro degli autori che lavorano per comici. Il risultato è un film molto denso e molto imperfetto, che spesso bluffa con lo spettatore giocando con il politicamente scorretto a tutti i costi ma che a ben vedere punta molto in alto: raccontare, anche attraverso la battutaccia, la passione per un lavoro nobile come quello del comico, senza dimenticare anche l’altro lato del palcoscenico, quello incasinatissimo della vita, piena di imprevisti, delusioni e speranze come racconta il finale, questo sì, bellissimo e inaspettato.

Non un obbrobrio, ma davvero pessimo.

7
di Giuseppe Capotondi
Una cameriera slovena e un ex poliziotto al centro di un intrigo di non facile risoluzione.
La grande notizia è che non sembra neanche un film italiano. Perché funziona tutto o quasi e nulla sembra lasciato al caso. Bella sceneggiatura, colpi di scena non banali, non manca persino una certa suspense. Gli attori girano bene: la Rappoport, premiata con la Coppa Volpi all’ultima Mostra del cinema di Venezia, si conferma come una buona attrice; Filippo Timi, il Mussolini di Bellocchio, la mette come sempre sul piano fisico ma non sfigura né gigioneggia a sproposito. Dirige un esordiente che ha il merito di non prendersi troppo sul serio ma di rimanere al servizio di una vicenda intrigante. Pochi colpi registici ad effetto, mentre si nota una certa cura nel ricreare un’atmosfera inquietante tipica di certi film di Polanski e Lynch, ma anche qui senza strafare e senza narcisismi inutili. E così, in un film tutto dominato dalla parola sottrazione, una certa invisibilità registica, attori volutamente sotto tono, l’adozione di un registro malinconico, a vincere e colpire è la dimensione dell’intreccio, un elemento molto spesso e non solo nel cinema italiano sacrificato di fronte a effetti più rumorosi, ma che qui conquista e cattura l’attenzione dello spettatore a cui non racconteremo nemmeno una parola della vicenda per non tradirci clamorosamente. Basti sapere che il film parte come una storia come tante, dove l’amore e la morte danzano un tango della disperazione, vira a un certo punto nel thriller psicologico e termina come il meno prevedibile dei melodrammi. Non sarà un capolavoro ma è un solido prodotto di intrattenimento, ben confezionato e che tiene sulla corda fino alla fine. Avercene.
Veramente, ma veramente ORIBBILE


10
di Pete Docter
Un vecchio e un bambino alla scoperta del mondo su una casa viaggiante.
Se non ritornerete come bambini, non lo capirete mai. Potrebbe essere questo il sottotitolo perfetto per l’ultima meravigliosa creatura dei quei geni della Pixar. Perché dire film è forse troppo poco e capolavoro è ormai un termine abusato dopo aver assistito a quei capolavori recentissimi che sono stati Ratatouille e Wall-E. E proprio come Wall-E finiva, Up riparte: uno sguardo innanzitutto, sul cielo e anche oltre. Il piccolo robot che spazzava e sperava in un mondo di solitudine. Il piccolo vecchietto che vendeva palloncini, indurito dai dolori della vita e soprattutto dal dolore di lei che non c’è più. In una casa vuota, scura, circondata da scavi mostruosi di una città in fieri, vive il vecchio Carl, prigioniero di quella casa dei ricordi dove tutto è immagine di lei, aggrappato a un album di foto sbiadite e con lo sguardo rivolto a un cielo che tanto aveva promesso negli anni scorsi e che invece tanto poco sembra ora offrire. Ma l’imprevisto, come sempre nei film Pixar, è pronto a tendere la sua nuova divertita imboscata. E’ con una nota malinconica e forse anche più, che prende le mosse il film di Pete Docter, già regista dello splendido Monsters &Co, e qui capace di superarsi. In una manciata di minuti che già sono entrati nella storia del cinema, il regista e il suo montatore raccontano i tanti anni della vita di Carl: lo stupore di questo bimbetto taciturno al cinema a vedere le avventure del suo eroe, l’amicizia con Ellie, la bambina sdentata che poi diventerà sua moglie. Le promesse del matrimonio e anche tutte le lacrime, fino alla vecchiaia e alla morte di lei. Il tutto raccontato alla maniera del cinema muto con solo commento musicale, senza dialoghi, con una straordinaria capacità sintetica e un’intelligenza rara nel raccontare la vita senza censurare nulla. Sogni, speranze, dolori, morte perché forse il punto di forza della Pixar è proprio quello di raccontare la realtà tutta con un occhio al pubblico bambino e un altro al pubblico adulto. Perché la vita è bella e tutto in essa ha significato, veramente tutto. Morte, rappresenta con grande realismo e delicatezza, compresa. 5 minuti di grande cinema come forse si vedeva solo nel cinema muto, senza un’ombra di sentimentalismo ma d’altra parte pieno di fiducia se non di speranza. Insieme si può affrontare tutto: sono sempre stati insieme Carl ed Ellie e si sono voluti un bene nell’anima, anche quando le cose andavano storte e il loro agognato viaggio in Sud America andava a farsi benedire: perché si spaccava la macchina, ci si rompeva la gamba o ci si ritrovava il tetto sconquassato. Sempre insieme, con lo sguardo nel cielo a riconoscere nelle nuvole le forme più strane. Gli animali più esotici, un elefantino, un bimbetto, tanti bimbetti. Un cielo pieno di bimbi. Sempre insieme, anche di fronte a tutti questi bimbetti che dal cielo non se ne volevano scendere in quel lettino blu allestito con tanto amore.
Ecco, Up, che da noi uscirà il 15 ottobre, è forse il film che più di ogni altro celebra la trasformazione del sogno americano in attesa, attesa di qualcuno. Un’attesa – a volte piena di stupore, a volte un po’più imbronciata – che la realtà ripaga sempre, pur attraverso modi misteriosi. Come la figura del piccolo Russell, un bimbetto esploratore affamato di vita, che il vecchio Carl si ritroverà tra i piedi e con cui inizierà un viaggio incredibile, sospeso letteralmente tra cielo e terra, poetico già nella forma, ricco di una simbologia semplice e senza fronzoli (la casa-museo di Ellie sospesa nell’aria e irresistibilmente attratta dal Cielo), fino a uno dei finali più commoventi della storia del cinema, un lungo abbraccio in cui tutto il dolore è riscattato.
Strepitoso da un punto di vista tecnico, Up, almeno fino al prossimo film Pixar, è l’ultima frontiera delle possibilità cinematografiche: è un film modernissimo eppure antico e controcorrente. E’ un film con delle avventure che nemmeno Indiana Jones ma il protagonista è un vecchio che fa fatica a muoversi; è un film che fa piangere e ridere al tempo stesso senza mai essere ricattatorio (e fa davvero piangere tutti: compreso il critico scafatissimo per le migliaia di film all’anno eppure singhiozzante per larghi tratti); è un film per bambini in cui gli animali sono veri animali che fanno anche un po’ paura e in cui non manca il sangue e la morte; soprattutto è un film in cui parole come ottimismo, sogno, solidarietà sono trasfigurate nell’unica parola di cui il cinema, con i suoi addetti ai lavori e tutto il suo pubblico, tramortito da centinaia di film zozzi, ha davvero bisogno. La parola speranza.