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KILL LIST

Molto tosto, molto duro, molto gratuito ma girato bene

 # 10

Immenso Apatow, l’unico che sappia ancora farmi ridere di gusto !

KILLER ELITE

di Gary McKendry (Usa, 2011)

6,5

Divertente e non troppo tamarro. Ci sono arabi, esplosioni, un po’ di assassinii e il faccione di Statham. Clive Owen fa il cattivo. De Niro il solito nonno patetico. Il film di Peckinpah, che però fatico a ricordare, mi sembra che non c’entri nulla.

50/50

di Jonathan Levine (Usa, 2011)

7

Bel cancer movie, leggero ed esilarante nella prima parte, scritto molto bene. Poi nella seconda la comicità e la leggerezza si smorzano e il finale è un po’ ovvio. Bravi tutti: la Kendrick, Bryce Dallas Howard, la Huston in una piccola particina e il grande Gordon-Levitt. Seth Rogen, ovviamente, è su un altro pianeta. Un mito !

IL COMPLEANNO

di Marco Filiberti (Ita, 2009)

3

Emozionante come una soap opera brasiliana. Poggio è bravo, ma il film è un disastro.

JANE EYRE

 

°° (due palle)

Maah, boh, non ho una gran sensibilità per certi film….

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’AMORE FA MALE

4

Praticamente una brutta copia di non so più quale film di Ozpetek. Sciatto, diretto male, con un cast male assortito. E il solito pessimo Dionisi.

ABDUCTION

5

5

Praticamente una brutta copia del già brutto Io sono il numero 4.

 

 

 

 

 

 

FRIGHT NIGHT

 

 

Un ragazzo scopre che il vicino di casa sexy è un vampiro assetato di sangue.

 

 

Ennesimo titolo del filone del vampiro per teenager. Non è un granché: lo stile patinato riprende la saga anaffettiva di Twilight; le dinamiche sono le stesse, compreso il registro mélò. Gli interpreti, altrove bravi o più che bravi, sono semplici figurine al servizio di una storia molto prevedibile. E’ un peccato: Yelchin e Mintz-Plasse, già visti rispettivamente in Mr Beaver e Kick-Ass incarnano personaggi trattati con gran superficialità in sede di scrittura; Farrell, addirittura, è rigido, irriconoscibile in un ruolo inadatto per lui. È il vizio di tanti “nipotini “della saga di Twilight: immagini patinate, luci e colori soffusi, sentimenti contrastanti che si stemperano in vicende di sangue che non rimandano a nulla, come avveniva invece per i vampiri dei grandi classici del passato, qui ridotti a figurine da cartolina, dettagli sullo sfondo di un paesaggio esotico. Gillespie come già la Hardwicke di Cappuccetto rosso sangue, casca nel tranello del fotoromanzo per ragazzi. E non gli basta l’ispirazione a Ammazzavampiri di Tom Holland, film bizzarro e interessante datato 1985 e qualche citazione del mondo horror di un tempo per realizzare un film davvero convincente. La sceneggiatura di Marti Noxon, già autrice di Buffy e Sono il numero quattro vola bassissimo, non regala mai momenti imprevedibili e costella i propri personaggi di banalità. E la regia di Gillespie, che pure ha al suo attivo un film bellissimo e profondo come Lars e una ragazza tutta sua, va dietro alla storia senza nerbo e convinzione, gestendo male la suspense e la sorpresa che dovrebbero essere le fondamenta di un film dell’orrore. La sua regia è indecisa tra il racconto di un ragazzo che deve diventare grande, in mezzo alla confusione affettiva (il rapporto con la madre, la ragazza e gli amici, il rapporto problematico col proprio passato) e il racconto puramente thrilling. Entrambe le strade sono imboccate ma il racconto e la regia si arenano ben presto. Rimane poco di realmente interessante: non è male l’incipit con tante sequenze che richiamano certo cinema per ragazzi degli anni 80: la scuola, il bullismo imperante, il ragazzino nerd di cui ci si vergogna solo a stare insieme e non è male nemmeno la parentesi dedicata a Peter Vincent (interpretato dal bravo David Tennant), un esperto di vampiri un po’ cialtrone, che vive in una casa-museo in cui colleziona cimeli dell’orrore. Ecco: una bella immagine, certo inconsapevole, di certo cinema alla Twilight. Film vetrina di tanti soprammobili dell’orrore, carinerie gotiche da collezione che dicono poco e raccontano ancora meno di quell’universo interiore, vero protagonista dei racconti gotici e misteriosi di un tempo e di cui tanto sentiamo la mancanza.

 

 

 

LE REGOLE DELLA TRUFFA

Due bande diverse di rapinatori per un’unica rapina.

Non c’è nulla di peggio di un film che non mantiene ciò che promette. In questo caso, il film di Rob Minkoff (Il re leone, Stuart Little), non ne mantiene una, colossale, almeno secondo il titolo italiano: quello di avere come baricentro dell’azione, una “stangata”. Tutt’altro. Il film è una parata grottesca di personaggi sempre troppo sopra le righe al punto da essere irritanti – è il caso dei banditi interpretati da Tim Blake Nelson e Pruitt Taylor Vince – alla prese con un plot piuttosto ridicolo. Due bande, in un’unica banca, per una sola rapina, per una spiacevole coincidenza. Minkoff mal coadiuvato dalla coppia di sceneggiatori di Una notte da leoni, chiude in banca un gruppo di personaggi (i componenti della banda più un certo numero di ostaggi) e, mantenendosi dentro le regole dell’unità di tempo-luogo-azione cerca di uscire dall’impasse narrativa, trasformando il film in una commedia nera con il morto. Chi infatti ha ucciso uno dei clienti della banca ? Qual è il vero movente del colpo ? Chi è la vera mente della rapina ? Domande a cui si risponde certamente durante il film ma quando la risposta arriva, lo spettatore ha già perso l’interesse se non la pazienza. Il film è congegnato molto male: non c’è mai tensione e nessuno, dal pubblico agli attori in campo crede mai a ciò che sta per avvenire; inoltre bisogna ricorrere a tutta la sospensione dell’incredulità per seguire minuto dopo minuto le scene. Come infatti pensare a una rapina in banca, eliminando il problema della polizia ? Tutti i personaggi, poi, ostaggi e banditi, sono connotati in modo troppo sopra le righe, apparendo mentecatti (i banditi), nevrotici (gli ostaggi). Per non dire di Patrick Dempsey, anche produttore del film, alle prese con un ruolo a metà tra Rain Man e il George Clooney di Out Sight. Anche il registro sentimentale – protagonisti lo stesso Dempsey e una sciupata Ashley Judd – è inefficace: troppi i dialoghi verbosi, le schermaglie che girano a vuoto e troppo poco il carisma sulla scena. Un film sbagliato ma anche fatto male, povero nella confezione e, quel che è peggio, ricco di vezzi da finto cinema indipendente (il lungo piano sequenza iniziale, il tentativo di scrittura brillante, i personaggi ammiccanti, le stesse unità aristoteliche) che rendono il prodotto ancora più indigesto.

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