MA CHE BELLA COMMEDIA !!

•Dicembre 1, 2009 • Lascia un Commento

500 giorni (insieme) di Marc Webb. Una bella, romantica, anche commovente e delicata commedia sul “due di picche”.

ANNO UNO

•Novembre 18, 2009 • Lascia un Commento

di Harold Ramis

7

Due cavernicoli, scacciati dal proprio villaggio, si imbattono in due fratelli: Caino e Abele.

Chi ci avrebbe scommesso ? E invece Anno uno, funziona, eccome. Sarà per la capacità dietro la macchina da presa di un buon artigiano della commedia, Harold Ramis, regista di Ricomincio da capo e qui anche sceneggiatore; sarà per il produttore, Judd Apatow, una vera conferma nel panorama comico americano (sono suoi anche Molto incinta e il recente Funny People); sarà perché quando si trova una buona coppia in una commedia, il più è fatto. E Jack Black e Michael Cera fanno scintille. Sarà quel che sarà ma Anno uno funziona, molto più e molto meglio di tanti innocui, prevedibili film demenziali. E funziona forse perché dal filone demenziale e volgarissimo dei vari Sex Movie, Epic Movie etc, il film di Ramis prende le distanze. E’ vero: non manca la volgarità e non saranno in pochi a storcere il naso vedendo tirati in ballo – con esiti divertentissimi – Caino, Abele e Abramo e Isacco, ma il tono è bonario, tutt’altro che insultante o gratuitamente offensivo come tanti film proprio del filone. Apatow e soci si divertono un sacco, e fanno anche divertire un sacco con gag che non brilleranno per finezza ma rappresentano anche il repertorio classico della comicità. Si ride un po’ di tutto, ma – è questo è uno degli elementi di successo dei film targati Apatow – soprattutto con tutti. Si ride con ingredienti semplici: bisogni corporali, peti; una sequenza dissacrante ma simpaticissima sulla nascita della circoncisione presso gli Ebrei, una seconda parte, giocata tutta su doppi e tripli sensi, ambientata invece a Sodoma. L’intreccio, solo apparentemente anarchico, in realtà ben controllato dagli sceneggiatori, è da tipica commedia degli equivoci in cui ha libero sfogo il talento e la fisicità di Black, ben accompagnato da un allampanato Michael Cera; il ritmo non manca così come appaiono efficaci i caratteristi e le ‘spalle’, primo fra tutti David Cross nei panni di un folle Caino. Una buona commedia, positiva e un po’ matta, un altro tassello in più dell’Apatow-pensiero. Si ride tra amici; si ride perché si è amici. Vedere il finale per credere. E ridere.

L’ASSASSINO E’ ANCORA TRA DI NOI

•Novembre 18, 2009 • Lascia un Commento

NEMICO PUBBLICO

•Novembre 18, 2009 • Lascia un Commento

6.5

Un po’ una delusione. Mann è sempre bravo e il suo film è perfetto, ma appassiona poco.

ALL THE LOVE YOU CANNES

•Novembre 18, 2009 • Lascia un Commento

7

Una folle guida ‘indie’ al festival più snob e stronzo dell’universo. Imperdibile

LA DURA VERITA’

•Novembre 18, 2009 • Lascia un Commento

6

BRUNO

•Novembre 18, 2009 • Lascia un Commento

5

La parabola umana e lavorativa di un fotomodello austriaco, Bruno.

Film fotocopia di Borat: stesso impianto narrativo, un mix di candid camera, gag artefatte e improvvisazioni; stessa volgarità diffusa e spesso insopportabile; stessa povertà di messinscena e di regia. Brüno è un giochino molto lucroso per gli autori; molto divertente per l’istrionico interprete Sacha Baron Cohen e gustoso per lo spettatore che sta al gioco e al film non chiede null’altro che una sequela di scorrettezze scandalose. Si  potrebbe discutere sulle scorrettezze presenti, anzi esibite nel film:  è davvero politicamente scorretto un film di questo tipo ? E’ davvero controcorrente ? O è un semplice giochino fine a se stesso, come lo erano stati Borat e anche Religiolus, lo pseudo documentario sulle religioni sempre firmato da Charles ?. Sicuramente di cinema ce n’è pochino: Brüno è un collage realizzato con una discreta professionalità ma con poche idee di sceneggiatura e ancora meno di regia, molto piatta, impegnata a riprendere le gesta di Bruno, con un intento dissacrante che però non va oltre l’ora e mezza circa del film stesso. Ben vengano i film scorretti, controcorrenti, anche volgarissimi: ma che abbiano davvero qualcosa da dire.

UN BEL LIBRO, DIVERTENTE E ORIGINALE

•Novembre 7, 2009 • Lascia un Commento

La piccola cineteca degli orrori di Davide Pulici e Manlio Gomarasca, una miniera di informazione sui film ’scultissimi’ e al tempo stesso bellissimi.

http://www.nocturno.it/recensioni/la-piccola-cineteca-degli-orrori

NEL PAESE DELLE CREATURE SELVAGGE

•Novembre 4, 2009 • Lascia un Commento

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8

Di Spike Jonze

Il piccolo Max, dopo un feroce litigio con la madre, si ritrova letteralmente in un altro mondo, popolato da strane e selvagge creature.

Non è un film per bambini ma un film sui bambini e in particolar modo su quell’età complicatissima e contraddittoria che è l’infanzia. Occhio a portarci i ragazzini: non lo capirebbero e ne uscirebbero scornati, anche più dei genitori. Tratto da una fiaba di  Maurice Sendak che non vediamo l’ora di leggere, il film del geniale Spike Jonze (Essere John  Malkovich, L’inventore di favole) è un capolavoro delicato sul difficile mondo dei ragazzini. Il punto di vista è tutto di Max, ennesimo figlio senza padre e affettivamente combattuto tra l’amore per la madre e la sorella che nella vita sembrano avere altri interessi. Scappa, il ragazzino, dopo l’ennesimo, violento litigio culminato con un morso alla madre e si ritrova in un altro mondo, popolato da creature brutte, pelose e goffissime alle quali si presenta come re e dalle quali, dopo i primi giustificati timori, si ritroverà accolto. E’ chiaro che dietro la psicologia delle creature selvagge si nascondo tanti tasselli dell’universo affettivo del ragazzino. C’è Carol, il mostro goffo che fa a pezzi la propria casa e quella degli altri per mancanza d’amore; c’è una coppia di mostri, con una lei particolarmente acida e diffidente; c’è un mostro femmina dolcissimo e materno che in uno dei momenti più commoventi del film addirittura arriverà  a “partorire” il ragazzino. Strano e bizzarro, segnato dalle continue contraddizioni di quell’età di passaggio che è l’infanzia, Jonze descrive con un realismo unico l’universo anarchico e però desideroso di regole e di abbracci dei bambini: il gioco selvaggio, la furia distruttiva, i sensi di colpa, la gelosia bruciante, la vergogna nei confronti del proprio limite. Lo fa attraverso un stile visionario e per nulla sentimentale o bamboleggiante, ricordando un altro grande film sui bambini sempre più dimenticato, Il ragazzo selvaggio di François Truffaut con il cui protagonista Max condivide lo stesso bisogno di figure adulte che possano arginare e dare ordine a quella tempesta di sentimenti spesso discordi che è il cuore di un bambino. Antidisneyano (almeno fino all’arrivo della Pixar) nel senso che nulla è censurato o annacquato nel sentimento ma tutto è profondamente realistico: il ragazzino, facendo significativamente un percorso opposto a quello di Peter Pan, torna a casa. Il mostro caldo e goffo e incompreso che sono, l’istintività anarchica che sembra definirmi non basta. Serve una casa. E serve una mamma, che ti aspetta, magari ad occhi chiusi, esausta dopo una notte alla tua ricerca. Ma che è lì ad attenderti e che non puoi fare a meno di contemplare stupito e, finalmente, in pace, come suggerisce uno dei finali più commoventi degli ultimi anni.

LA BATTAGLIA DEI TRE REGNI

•Novembre 2, 2009 • Lascia un Commento

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di John Woo

7

Nel III secolo d.C si combatte la battaglia decisiva tra l’imperatore e i regni indipendenti del Sud.

Film solido e spettacolare girato con professionalità da John Woo, uno dei maestri del cinema d’azione (sono suoi, tra gli altri, lo splendido The Killer e Mission: Impossible 2). La storia affonda in un’epoca lontana: siamo nel III secolo d.C e presso il fiume Yangtze si consumerà una delle battaglie più cruenti di sempre. Woo, che ben conosce i gusti del pubblico occidentale, tiene desta l’attenzione di un pubblico digiuno di storia cinese attraverso una forte caratterizzazione dei personaggi principali e attraverso un uso spettacolare del mezzo cinematografico. Ralenti, effetti speciali grandiosi anche se non sempre efficacissimi, sono punti di forza del film, ma fortunatamente non gli unici. In questa Iliade cinese, infatti, non mancano tonalità epiche e melodrammatiche accostate ai temi cari al regista di Windtalkers, amicizia virile in primis. Così, l’effetto è davvero particolare: un grande kolossal celebrativo della potenza (anche cinematografica) della grande Cina diventa digeribile per un pubblico profano e occidentalizzato che riconosce nei vari personaggi e situazioni gli elementi tipici del racconto omerico. Mai retorico, La battaglia dei tre regni è invece un racconto di armi e di eroi innanzitutto uomini: appassionati di vita, teneri amanti e despoti crudeli, con il cuore traboccante di ambizione smisurata, in lotta contro un destino che pare già scritto a chiare lettere e consapevoli, con dolente realismo, che da una guerra, in fondo in fondo, nessuno esce davvero vincitore.