NEL PAESE DELLE CREATURE SELVAGGE

8
Di Spike Jonze
Il piccolo Max, dopo un feroce litigio con la madre, si ritrova letteralmente in un altro mondo, popolato da strane e selvagge creature.
Non è un film per bambini ma un film sui bambini e in particolar modo su quell’età complicatissima e contraddittoria che è l’infanzia. Occhio a portarci i ragazzini: non lo capirebbero e ne uscirebbero scornati, anche più dei genitori. Tratto da una fiaba di Maurice Sendak che non vediamo l’ora di leggere, il film del geniale Spike Jonze (Essere John Malkovich, L’inventore di favole) è un capolavoro delicato sul difficile mondo dei ragazzini. Il punto di vista è tutto di Max, ennesimo figlio senza padre e affettivamente combattuto tra l’amore per la madre e la sorella che nella vita sembrano avere altri interessi. Scappa, il ragazzino, dopo l’ennesimo, violento litigio culminato con un morso alla madre e si ritrova in un altro mondo, popolato da creature brutte, pelose e goffissime alle quali si presenta come re e dalle quali, dopo i primi giustificati timori, si ritroverà accolto. E’ chiaro che dietro la psicologia delle creature selvagge si nascondo tanti tasselli dell’universo affettivo del ragazzino. C’è Carol, il mostro goffo che fa a pezzi la propria casa e quella degli altri per mancanza d’amore; c’è una coppia di mostri, con una lei particolarmente acida e diffidente; c’è un mostro femmina dolcissimo e materno che in uno dei momenti più commoventi del film addirittura arriverà a “partorire” il ragazzino. Strano e bizzarro, segnato dalle continue contraddizioni di quell’età di passaggio che è l’infanzia, Jonze descrive con un realismo unico l’universo anarchico e però desideroso di regole e di abbracci dei bambini: il gioco selvaggio, la furia distruttiva, i sensi di colpa, la gelosia bruciante, la vergogna nei confronti del proprio limite. Lo fa attraverso un stile visionario e per nulla sentimentale o bamboleggiante, ricordando un altro grande film sui bambini sempre più dimenticato, Il ragazzo selvaggio di François Truffaut con il cui protagonista Max condivide lo stesso bisogno di figure adulte che possano arginare e dare ordine a quella tempesta di sentimenti spesso discordi che è il cuore di un bambino. Antidisneyano (almeno fino all’arrivo della Pixar) nel senso che nulla è censurato o annacquato nel sentimento ma tutto è profondamente realistico: il ragazzino, facendo significativamente un percorso opposto a quello di Peter Pan, torna a casa. Il mostro caldo e goffo e incompreso che sono, l’istintività anarchica che sembra definirmi non basta. Serve una casa. E serve una mamma, che ti aspetta, magari ad occhi chiusi, esausta dopo una notte alla tua ricerca. Ma che è lì ad attenderti e che non puoi fare a meno di contemplare stupito e, finalmente, in pace, come suggerisce uno dei finali più commoventi degli ultimi anni.

Lascia un commento
Occorre aver fatto il login per inviare un commento